Hotel Royal

La sala dell’Hotel Royal era carica di tensione mentre io, neppure ricordo con chi, giocavo uno dei miei primi tornei importanti. Abbiate pazienza ora, perché l’utilizzo di taluni aggettivi, “importante“… “emozionante“, è sempre relativo… ovvero “soggettivo“.

Siete in una piccola cittadina sul mare, ed il vostro circolo, approfittando di qualche amabile conoscenza, è riuscito ad avere a disposizione una sala bellissima, vista mare, che altro non era che la hall dell’albergo. Siete abituato a tornei dove il numero dei tavoli, in estate, oscilla a seconda del sole e della pioggia fra 2 e 10… e adesso, complici anche amici di cittadine limitrofe, veleggiate sulla ventina.

Niente di che, con gli occhi di oggi… un evento emozionante, con gli occhi di un diciassettenne.

Ed in quel mentre, mentre giocate con la superficiale conoscenza dettata dall’età, un ragazzotto mai visto prima, ed arrivato a metà torneo, si ferma per angolizzarvi. Non siete particolarmente esperto, pur probabilmente difendendovi nel gioco col morto, per cui non capite come potreste mai esser degni di un angolista, seppure quasi coetaneo. Sulle prime, vi guarda e basta. Dopodiché, forse notando che tutto sommato fate prese con una certa nonchalance, dopo 5 o 6 boards passati in religioso silenzio, si presenta… “Ciao sono Paolo, sono di Savona…”.

Ovviamente rispondete, mentre lui continua, molto scioltamente parlandovi del più e del meno, ed ammaliandovi… finché, quasi a fine torneo, inspiegabilmente a quel punto quasi balbettando, vi dice… “A Savona siamo in 4 juniores, ogni anno facciamo i Campionati… ma uno di noi non può più… potremmo giocare qualche volta?”.

Qui ve la sto facendo sintetica, andando al cuore del problema, perché il balbettio c’è stato solo ed unicamente quando mi ha fatto la richiesta: prima era una persona gioviale, spiritosa, aperta, amichevole… A me, per dirla in sintesi, era simpatico a pelle. Estremamente simpatico: peccato solo fosse un uomo… Per cui, quando mi ha fatto la proposta, ed ho capito perché si era fatto 32km per venirmi a cercare, ne fui estasiato: “Ma certo, risposi… non ho mai fatto competizioni sportive, ma perché no…”.

In fondo, è solo a quell’età che si può prima agire e poi riflettere, per cui io non mi posi minimanente il problema di base “Come li faccio 32km, di notte, senza patente?. Intendiamoci: a me non mancava la conoscenza delle moto, ed avevo già avuto, e distrutto, vari cinquantini… ma nell’attesa del compimento della maggiore età, e dell’ auto che mi era stata promessa (Fiat 500 usata), ero appiedato.

Beh, allora potremmo vederci giovedì sera, è la sera in cui noi giochiamo” continuò Paolo.

Certamente”, risposi, e dopo un rapido scambio dei numeri di telefono (ovviamente delle rispettive abitazioni… cellulari ed email dovevano ancora nascere), ci lasciammo: lui con la sua Golf nera, ed io con il problema di come affrontare il tragitto il giovedì seguente…

Tentai vare strade… ehm… anche rotaie… ma non c‘erano né treni AR appositi, né BlaBla car, né Uber, ma… mio fratello aveva una Vespa 250, all’aspetto facilmente confondibile con una Vespa 125 e forse anche con una Vespa 50. Se sia vero o no, non lo saprò mai: io me ne ero convinto e quindi, quel giovedì, utilizzai quello che la sorte aveva tenuto in serbo per me. Va da se, senza dirlo a nessuno.

Oggi come oggi, tutti controllano tutto a tutti. Ma a quei tempi si poteva ancora fare una cosa sacrosanta: si poteva SBAGLIARE.

Oggi vi controllano la velocità, la scadenza del collaudo in tempo reale ogniqualvolta passate sotto un lettore, e telecamere di sorveglianza vi spìano quasi in ogni dove. Oggi, se siete registrati nel sistema, sanno tutto di voi. Ma sapete cosa c’è? Se Voi non potete sbagliare, come potrete mai imparare? Io ho certamente sbagliato a guidare senza patente una Vespa 250 a diciassette anni, ma la mia vita ha preso la piega che ha preso non perché ho fatto cose ovvie e giuste, ma perché ho fatto anche cose sbagliate e riprovevoli. E non mi pento di nulla…

Perché anche i rivoltosi in Francia del 1789 erano riprovevoli… per l’epoca…

Sicchè, col mezzo a disposizione, i pochi chilometri passarono in un lampo… posteggiai e cercai il circolo, attività che stranamente richiese molto più tempo del previsto, essendo il tutto in un cortile interno, alla fine di una scalinata, e senza molte indicazioni… Maps e cellulari, ve lo ripeto, all’epoca non esistevano…

Ero contento… finalmente avrei visto come giocava quel ragazzo tanto simpatico… anche se, vista l’ora, sicuramente non avrei avuto neanche il tempo di mettermi d’accordo sul sistema… Ma non era importante… Appena entrai mi vide subito, e mi salutò calorosamente, mentre il direttore di turno intanto urlava “Ai tavoli… Ai tavoli…”.

Sicché, dopo pochissimi convenevoli, entrambi ci incamminammo…

Arrivammo così ad un tavolo con 3 persone già sedute, dove a me, nonostante le mie (a quell’epoca, ancora elevate) conoscenze della matematica, della geometria, e di quant’altro collegato ai numeri, sfuggiva come potessimo sederci entrambi… Non c’era radice quadrata, esponente, funzione, che potesse far giocare 2 giocatori con altri 3 chiudendo un tavolo da 4.

Ecco… ti presento il tuo compagno…” mi disse, allontanandosi nell’altra sala.

*°ç°*ç°ç”£####`à … (Non è un refuso, è una imprecazione inespressa…)

Ma insomma, invitate a cena una ragazza, e questa vi propina un’amica? O viceversa, che tanto avete capito? Avrei voluto andarmene. Ma dopo tutta la fatica, la Vespa,… ho lasciato perdere. Ma ero nero. Altro che torneo Juniores. Altro che squadra. Ma chi è ‘sto qui? Sedotto e abbandonato? A me?

Nella vita, e con le donne, e sia… ma a bridge? Come ben sapete, il delirio di onnipotenza è insito in tutti i giocatori, e quando si è così giovani manca anche il freno dell’esperienza… Non vedevo l’ora di andarmene.

Il torneo? Vinto, ma per me non aveva nessuna importanza.

Me ne stavo quindi tornando sui miei passi, senza salutare, com’è mia abitudine quando mi sento pugnalato alle spalle, quando Paolo, probabilmente intuendo che qualcosa non stesse andando per il verso giusto, mi rincorre fuori, fin sugli scalini usurati dal tempo… e mi ferma…

E comprendendo solo in quel momento, non dal testo ma dal tono del mio laconico “pensavo giocassimo insieme“… il problema e l’aspettativa che aveva creato e distrutto, mi da una spiegazione che mi lascia senza parole…

Il tutto sempre balbettando… lui… probabilmente una automatica difesa quando c’era di mezzo il bridge…

Sai, io sono il più scarso della squadra, e non ti volevo obbligare a giocare con me… per cui ti ho dato di noi tre quello più forte…

Detto da una donna, sarebbe stata da baciare sul posto.

Detto da un uomo, lo ammetto: ho tentennato parecchio…