Come tutti voi, anch’io ho avuto i miei maestri.
Dapprima alle elementari, periodo di cui ricordo due lezioni importanti.
All’epoca ero uno scavezzacollo (e, mi dicono, che lo sia ancora tutt’oggi…), incapace di seguire alcunché a lezione, dove continuamente parlavo e disturbavo… finché il maestro, che aveva evidentemente più esperienza di me, non mi ha nominato… capoclasse!
Si dice che l’abito non faccia il monaco, ma evidentemente nel mio caso ha funzionato egregiamente.
E questa è stata la mia prima lezione: chiunque tu sia, puoi cambiare.
La seconda lezione l’ho appresa in quinta. Lì avevamo un maestro di cui ricordo poco o nulla, perché all’epoca lo am-o-diavo. Lui ci dava, ogni giorno, alternativamente, un problema oppure un tema, ovvero gli stessi ostacoli che avremmo dovuto affrontare a fine anno per avere la licenza elementare…
Quando era il giorno del problema, lo amavo. Nei primi 5 minuti di ricreazione era tutto finito. Tutto nella mia testa era semplice, coi numeri.
Ma quando era il giorno del tema, lo odiavo. Era un pianto greco. Nel 90% dei casi, il mio svolgimento era fuori tema ma… quel maestro, c’era abituato. Il voto era sempre una insufficienza, però lo correggeva comunque. Inter nos, credo sia grazie a lui se oggi come scribacchino me la cavo…
E questa è stata la mia seconda lezione: non sempre chi ti da un compito ti vuole male, soprattutto se poi ti aiuta a svolgerlo.
Poi, i miei successivi “maestri” li ho avuti alle medie (anche se lì si chiamavano diversamente…), periodo di cui non vado fiero, soprattutto verso me stesso: ho provato in tutti questi anni a giustificarmi, ma non sono mai riuscito ad assolvermi. Frequentavamo una scuola che cadeva a pezzi, precedentemente ospedale, in pieno centro storico. Non è che le pareti trasudassero salute, ma noi neanche ce ne rendevamo conto. Alcuni professori, non tutti, cercavano di farcelo comprendere e noi, stupidamente (ma se non si è stupidi a 14 anni, allora quando?), avevamo sposato quelle tesi senza neanche riflettere, organizzando così un corteo di protesta. Va da sè che il Sindaco abbia chiamato mia madre al telefono, e che mia madre me lo abbia passato, guardandomi di sottecchi e sottintendendo “E adesso, cosa diamine hai combinato?”… e a quell’epoca, e questo non lo rimpiango, c’era ancora rispetto verso i propri genitori… Cosa voleva l’emerito primo cittadino da un quattordicenne? Voleva i nomi degli organizzatori e le date dell’evento. Ricordo come in un incubo non solo di averglieli dati, ma di averglieli dati pure sbagliati, tanto era lo stress di quella incomoda situazione. No, non ne vado per niente fiero, e mi spiace terribilmente soprattutto per chi ho nominato e non aveva avuto partecipazione alcuna. E questa è stata la mia terza lezione: nella vita sempre avremo qualcuno che vorrà aiutarci, e qualcuno che vorrà sfruttarci, ma noi solo col tempo capiremo a quale categoria loro appartengano.
E il liceo? Ah, bellissimi ricordi… due professoresse (inglese e scienze) che ci tormentavano ed interrogavano continuamente, ed una professoressa di italiano innamorata di un mio compagno di classe (beh? che c’è di male?). Io ricordo solo queste tre, e di professori in cinque anni ne ho avuti ben di più…
Le prime due prof le ricordo per la loro competenza estrema. Ci tormentavano, si, ma per farci studiare. Quanto sarebbe stato più facile, per loro, darci 6 e dimenticarci. Ma loro erano di tutt’altra pasta.
I miei voti? Di scienze altissimi (c’era molta matematica), e di inglese bassissimi.
Il risultato nella vita? Scienze mai usata e dimenticata, inglese molto scolastico ma sufficiente a farmi strada all’estero. Molta strada. Moltissina stradissima…
La quarta lezione? Non importa “cosa” impari, ma “come” lo impari. Se impari una materia, e sai come impararla, farai sempre relativamente presto ad impararne altre nuove. La scuola ti insegna “come” apprendere, “cosa” lo decide poi la vita.
L’ultima professoressa la ricordo invece per il suo caso umano. Era palese che lei non potesse farci niente. Cercava di mantenere un contegno ma… le brillavano gli occhi. Però nessuno di noi, vuoi per convenienza (i più… ci portava spesso in gita), vuoi per comprensione, si limitavano a qualche sorrisetto e a qualche battuta indecorosa…
La quinta lezione appresa? Non giudicare. Sarai giudicato lo stesso, ma tu non farlo…
A dire il vero, la ricordo anche per un aspetto buffo, con lei incolpevole. Si chiamava infatti Vittoria… accuratamente sempre lei tacendoci l’esistenza degli altri suoi due nomi, nell’ordine Itala Germana.
L’università, lasciamola pure perdere… Dopo aver dato gli esami più difficili (Matematica, Diritto, Ragioneria, etc.) mi piegavo alla prima offerta di lavoro, iniziando così la mia carriera nel Mondo della programmazione. La sesta lezione? La vita vi assillerà con mille uragani e con mille occasioni, ma molti uragani nasconderanno le migliori occasioni. L’importante, alla fin fine, è solo non naufragare nel frattempo.
Perché vi ho detto tutto questo? Come ormai dovreste ben sapere, c’è sempre un perché…
Molti dei maestri che ho avuto erano persone normalissime ma, nell’insieme, hanno avuto un impatto tremendo nella mia educazione. Mi hanno insegnato un loro punto di vista, ed io sono stato fortunato a poterne vedere, e ricordare, così tanti.
Lo stesso avviene nel bridge.
Potrete avere maestri che vi spiegano la Turbo, la Josephine, l’exclusion Blackwood, l’appello di Smith, il colpo di Deschapelles (sigh… a me è capitato di tutto, ma questo proprio mai e poi mai…), il criss-cross squeeze (che NON è quello che pensate), le texas su apertura 1 fiori, etc. ma poi? Se il vostro compagno non riesce a ricordarlo, o a seguirvi, diventa tutto inutile…
Una volta, agli albori del (mio) bridge, dopo 1SA (pas) 3SA, la mia compagna dell’epoca aveva attaccato a fiori, il morto aveva xx Ax QJ109876 xx, ed io avevo Jxxx Kxxx xx Axx. Ero già abbastanza “sveglio” nel gioco, e dopo l’Asso di fiori ero tornato col… K di cuori. Le carte esatte non le ricordo, ma il dichiarante aveva tipo AKxx Q109x Kx KQx, ed io avevo appena fatto l’unico ritorno che batteva il contratto. La mia aveva astutamente filato la prima quadri, ma poi, in presa con l’asso al secondo giro, era tornata di Fante di cuori!!! Mi faceva KQ nel colore… poverina… sigh…
Quanto alle texas su apertura 1 fiori, io ammetto che abbiano un certo vantaggio ma… se il vostro compagno le dimentica 3 volte al mese, gli svantaggi saranno più che determinanti.
La morale è che un maestro dovrebbe insegnarvi solo quello che potete ragionevolmente apprendere, imparare, usare…
Ve lo dico perché qualcuno potrebbe scambiare per pigrizia la mia scarsa propensione a cambiare sistemi. Non è così. Nel corso della mia vita sono passato dal fiori torino (Firpo) al fiori napoletano (Chiaradia), indi brevemente al corto-lungo nobili quarti per arrivare quindi al Quadri Italia ed infine alla Quinta Nobile. Ho, o meglio avrei, mille sequenze speciali (dichiarative e di gioco) nella mia attuale armeria, ma già adesso ne posso usare solo la metà, non sapendo mai se le sequenze più rare saranno ricordate, o dimenticate, dal mio dirimpettaio del momento.
A che pro quindi giocarle, quando i compagni vi affogano, mentre gli avversari ne prendono puntualmente nota per giocare le stesse cose contro di me? Non solo é inutile, ma anche controproducente…
Però, in fondo, vincere non è così importante… ed anche questo deve essere considerato da un vero maestro… ognuno farà la sua strada…
Se decidete di fare un viaggio con un gruppo di amici, tutti vegetariani, voi, vi mettereste a mangiar carne? Se l’importante è il viaggio in loro compagnia, eviterete certamente lo Chateaubriand in crosta di sale… e quindi anche (tanto è acerba…) il colpo di Deschapelles…
E questa, per Voi, è la mia settima lezione…


