L’incubo di Arsenio

Fra dieci minuti Arsenio avrebbe dovuto suonare il pianoforte sul palco appositamente preparato per lui in Central Park, ma lui ancora non capiva come fosse stato possibile tutto ciò…

Ricordava, come sotto l’effetto di una droga, che gli fosse stato chiesto cosa avrebbe sognato di fare nella vita, lui rispondendo “Suonare il pianoforte …“. Ma lui sottintendeva “Avendo il tempo di impararlo“… Aveva sempre provato un’intensa ammirazione per quell’insieme di tasti bianchi e neri, disorganizzati in una riga uniforme ma armoniosamente perfetti…

Dopodiché erano arrivate le prime lettere di conferma degli hotel, i biglietti aerei… tutti già pagati… i primi inviti al ricevimento che ne sarebbe seguito… lui sempre cercando di contattare l’organizzatore, senza mai riuscirci… Doveva riuscire a spiegare che il suo pensiero era stato mal interpretato…

Devo venirne a capo…” si disse caparbiemente. Ma tant’è, in assenza di una risposta, la formale educazione fino a quel momento ricevuta gli impediva, semplicemente, di soprassedere.

Conseguentemente, partì.

Appena sceso, cercò disperatamente di contattare l’organizzazione. Nessuna risposta. Sembrava tutto svanito nel nulla, ma i cartelloni pubblicitari esposti dicevano tutt’altro…”Grande rappresentazione in Central Park, non mancate, ore 21:00“, cui seguiva l’elenco dei pianisti.

C’era solo lui.

Ma lui non aveva mai toccato un piano.

Si, forse in cinque minuti poteva suonare le prime note di “Fra Martino Campanaro“, ma quello era troppo…

Non avendo ricevuto nessuna risposta alle sue telefonate, e neppure alle sue email, pensò a qualcosa di intelligente da farsi: “andrò direttamente a Central Park, là trovero qualcuno…”.

Arrivò ma… non immaginava una tale desolazione.

Teoricamente il suo concerto avrebbe dovuto iniziare nella mezz’ora seguente ma… non c’era nessuno. Non c’era pubblico, non c’erano sedie, non c’erano microfonisti, elettricisti, sceneggatori, non c’era nessun comitato d’accoglienza… solo un pianoforte sul palco.

Iniziò a pensare di aver sbagliato data, ora… forse c’era l’ora legale… forse il fuso orario era diverso… forse aveva tradotto male thursday… possibile… ma oramai mancavano teoricamente solo 10 minuti all’inizio della sua rappresentazione, e ancora non si vedeva nessuno… ma proprio nessuno…

Iniziò a pensare a come venirne comunque fuori…

Anche ammettendo di riuscire a convincere gli organizzatori dell’errore, come avrebbe potuto spiegarlo alla folla? Perdipiù in inglese? Ah no, si ricordò improvvisamente che il suo pubblico sarebbe stato spagnolo.

L’organizzatore era infatti una famosa marca di Rum, ed aveva invitato a New York molti connazionali suoi clienti. Non che per Arsenio, il quadro, migliorasse molto. Il problema diventava semplicemente spiegarsi in spagnolo anziché in inglese.

Ma cosa avrebbe potuto dire? Come raccontare tutto quello che gli era capitato? E come tradurlo poi?

Improvvisamente, la platea fu gremita di persone… “Ma quando mai sono arrivate?” si chiese, mentre un riflettore lo faceva intanto stagliare sul palco, dove notò un microfono proprio sul pianoforte.

Si avvicinò, e pur in assenza di una qualsiasi presentazione, il pubblico iniziò ad applaudirlo.

Lui si stava avvicinando al microfono, ma per il pubblico si stava avvicinando al pianoforte. Era terrorizzato. Stavano fraintendendo. Comunque sia, lui si avvicinò…, e prese quel microfono come se fosse il suo unico salvagente in un mare in tempesta.

Buenas noces“, iniziò, “y me alegra mucho de ver todos aqui…” già… ma come continuare… Un conto sono due parole in spagnolo per fare gli auguri, ma poi? Ricordò vagamente di avere nel telefonino un’ applicazione dove, parlando in una lingua, ne veniva fatta automaticamente la traduzione in un’altra. Per cui la attivò, ed iniziò.

Mi spiace, sappiatelo, di non avervi potuto avvisare prima. La verità è che, pur piacendomi immensamente la musica, io non sono in grado di suonarvi alcunché di Mozart, Chopin, o oltri… Esattamente come, pur piacendomi la pittura, non sono in grado di imitarvi neppure lontanamente Picasso, Mirò, De Chirico… e come, pur piacendomi la lettura, son ben lungi dal poter competere con Omero, Dante, Manzoni, Wilbur Smith…

Il fatto che io non sia capace di far nulla in tutti questi campi, però, non deve impedire a voi di apprezzarli…”

Stavano ascoltando? Stavano spazientendosi? Gli sembrava di sentire dei fischi? O era la sua immaginazione?

“Oh mamma, e adesso che faccio?

Fortuna, o sfortuna, vuole che in quel momento Arsenio si risvegliasse.

Tutto sudato e fradicio per la tensione.

Aveva ben chiaro tutto, perché dopo un sogno o un incubo che sia, ci sono sempre quei 30 secondi dove tutto è lampante, il ricordo vivo e vegeto, per cui lui sapeva perfettamente come avrebbe dovuto proseguire il suo discorso. E l’adrenalina che aveva in corpo era lì a ricordarglielo.

Ma, adesso, non c’era più il pubblico.

Era solo. E continuare avrebbe fatto trascendere un pensiero artistico, per sua natura UNIVERSALE, in un pensiero politico, per sua natura EFFIMERO.

Che diamine” si disse “ci hanno messo anni per capire le opere di Van Goght, decenni per apprezzare Mozart… l’arte è universale ma sempre, purtroppo, anticipa i tempi, per cui quelli meglio destinati a capirla sono sempre quelli che hanno avuto la fortuna di nascere dopo…

Anche se”, si corresse subito mentalmente, riflettendo meglio, “quelli che dovrebbero essere fortunati, non vedranno mai le statue dei Budda di Bamiyan… e neppure le Torri Gemelle… di una donna vedranno solo gli occhi… mentre l’assenza di libri stampati farà dipendere i loro giudizi da internet…“.

Per sua fortuna, in quel momento, si risveglió dall’incubo anche chi stava leggendo…

Dove “sua“… é riferito a “chi stava leggendo”…